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Morte e pianto rituale nel mondo antico

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 “La struttura del lamento funebre – ha scritto Ernesto De Martino – si articola in tre momenti distinti: la scarica di istinti con accentuata tendenza autolesionistica, le stereotipie verbali, mimiche e melodiche e la singolarizzazione del dolore, mercè la variazione”. A Grottole, De Martino indagò su un altro fenomeno diffuso in tutta l’area meridionale: il ricorso alle lamentatici durante la veglia funebre. Nel mondo contadino, la morte non è un evento eccezionale ma rappresenta la normalità. L’aldilà nel quale si muove il defunto, non possiede nessuna caratteristica dell’aldilà cattolico, è vicino, invece, al mondo pre-cristiano, denunciato chiaramente dall’assoluta assenza di invocazioni alla Vergine e ai Santi. ll amento veniva fatto dalle donne della famiglia o da qualche vicina particolarmente versata nel “pianto” in occasione di una morte. Le donne si stringevano attorno alla salma e si “lamentavano”, magnificavano la vita del defunto, soffermandosi sugli atti di bontà e di elevatezza morale che lo avevano contraddistinto in vita. Ogni volta che appariva, poi, sulla porta un nuovo visitatore, le donne facevano sentire più forte il loro lamento, e così per ventiquattro ore, come la legge prescriveva. Appena avveniva il decesso, infatti, le donne si abbandonavano a scene d’isteria, urlando, graffiandosi il volto, strappandosi i capelli. In un secondo momento il dolore si organizzava, i gesti si coordinavano e la disperazione veniva espressa mediante moduli verbali, melodici e ritmici. Da questo secondo momento “generico” si passava alla caratterizzazione del defunto. Il dolore manifestato in maniera spettacolare con toni e movenze, ricordava da vicino la grande tragedia greca. Nelle case colpite dal lutto non si cucinava per circa una quindicina di giorni, le finestre restavano chiuse e i maschi non si radevano. Era il parentado e il vicinato a provvedere, a turno, a mandare alla famiglia del morto “‘a giust’”, consistente in una minestra in brodo con carne, formaggi, uova, latte, biscotti e caffè. Un’usanza del tutto particolare era quella di mettere ai piedi della bara una bacinella d’acqua nella quale un bambino (simbolo dell’innocenza) vedeva sfilare in processione i morti. Di seguito riportiamo un esempio di lamento funebre cantato dalle lamentatici grottolesi.

Oh frat’ mij!

Oh frat’ mij!

Oh frat’ mij ‚buon oh frat’ mij!

Oh frat’ mij, oh frat’ mij!

Oh frat’ mij comm’ amma faj,

oh frat’ mij!

N’ si‚ r-mast’ a tutt’ jind’ a’na vij,

oh frat’ mij, oh frat’ mij!

E na r-mast’ senza nudd’

o’ frat’ mij.

E comm’ amma fa’

o’ frat’ mij!

Frat’ mij n’a r-mast’ s-qunz-lat’

oh frat’ mij!

Frat’ mij e ci s’ vol’ rass-gnà,

oh frat’ mij!

E ci s’ vol’ rass-gnà la vita nostr’

oh frat’ mij!

Frat’ mij! Frat’ mij!