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Come ogni altra gente che ha un passato, anche quella di Grottole ha i suoi canti. Dalla culla alla bara, lo scorrere della vita della gente del popolo è scandito dal ritmo di canti e musiche che esprimono le gioie, i dolori, i sogni, le fatiche, i sentimenti che accompagnano l’uomo da quando nasce a quando muore. Cantavano tutti, cantavano i bambini nelle strade e si cantava l’amore nelle campagne, dove la maggior parte della gente era impegnata nei vari lavori agricoli che venivano così alleviati. La fatica era meno sentita quando qualcuno iniziava ad intonare alcune strofe, alle quali facevano eco quelle di altri lavoratori che rispondevano all’invito. Era facile sentire, così, il formarsi di vari cori che davano vita a veri e propri componimenti che andavano dall’invito ad una “buona scelta” di matrimonio ad una velata invettiva contro il datore di lavoro. La campagna non era solo il luogo della fatica e del lavoro, ma anche il luogo dove i giovani potevano incontrarsi e trastullarsi dondolandosi sulla nannanicul’, potevano, così, anche lanciarsi messaggi allusivi e quasi compromettenti. L’altalena, diventava momento di aggregazione soprattutto durante alcune feste (lunedì di Pasqua e Sant’Antuono) quando un lauto pranzo e del buon vino facevano cadere ogni inibizione. Un altro momento molto atteso dai giovani era il periodo del carnevale quando questi si riunivano ed andavano cantando di casa in casa canti di questua, accompagnandosi col “cupe – cupe”, tamburo a frizione dell’area mediterranea costruito con un pentolino di terracotta pieno d’acqua su cui veniva stesa una membrana o un panno di tela dove veniva conficcata un’asta di canna che si faceva andare su e giù ottenendo, in questo modo, un suono cupo e stridente. La caratteristica principale dei canti di questua era il permesso di poter cantare davanti la porta di casa chiedendo doni in natura come pane, arance, frutta secca, ma la richiesta più pressante restava pur sempre quella degli insaccati di carne suina. Nei canti di questua oltre alla richiesta dei doni si intrecciano i temi amorosi delle serenate. Spesso i gruppi di giovani che animavano ed allietavano le serate del carnevale erano gli stessi che in occasioni particolari venivano contattati per portare “a’ mat-nat’”. Con il canto, quindi, i giovani rivelavano il proprio amore alle ragazze desiderate e salutavano, nella sera precedente le nozze, la sposa che si apprestava a lasciare la casa paterna. A dei semplici strumenti musicali, si affidava, per tanto, costantemente, il compito speciale di accompagnare le danze agresti come la tarantella che serviva a sottolineare la gioiosa atmosfera delle feste dell’anno, in particolare quelle nuziali. Questa danza è originaria dell’Italia Meridionale; la sua denominazione deriva forse da Taranto o dalla diffusa credenza popolare che la riconduce alla Tarantola o trae origine dalla divinità greca, Taràn. Alla tarantella sono state riconosciute, in altri tempi, qualità terapeutiche. Caratteristica della danza è il ritmo sobbalzante, vivacissimo, sfrenato che provocherebbe una traspirazione per cui, coloro che fossero stati morsi da una tarantola, ne avrebbero scacciato l’azione venefica. Generalmente veniva danzata da coppie miste e per questo è riconosciuta come danza di corteggiamento. Se la tarantella ha un origine prettamente popolare, la serenata nasce, invece, nelle corti del ‘600 e assume carattere popolare quando la composizione si riferisce all’atto di omaggio, d’amore o di devozione verso la persona amata, strutturandosi sul modello del divertimento con esecuzioni serali o notturne all’aperto. Come ogni altra gente che ha un passato, anche quella di Grottole ha i suoi canti. Dalla culla alla bara, lo scorrere della vita della gente del popolo è scandito dal ritmo di canti e musiche che esprimono le gioie, i dolori, i sogni, le fatiche, i sentimenti che accompagnano l’uomo da quando nasce a quando muore. Cantavano tutti, cantavano i bambini nelle strade e si cantava l’amore nelle campagne, dove la maggior parte della gente era impegnata nei vari lavori agricoli che venivano così alleviati. La fatica era meno sentita quando qualcuno iniziava ad intonare alcune strofe, alle quali facevano eco quelle di altri lavoratori che rispondevano all’invito. Era facile sentire, così, il formarsi di vari cori che davano vita a veri e propri componimenti che andavano dall’invito ad una “buona scelta” di matrimonio ad una velata invettiva contro il datore di lavoro. La campagna non era solo il luogo della fatica e del lavoro, ma anche il luogo dove i giovani potevano incontrarsi e trastullarsi dondolandosi sulla nannanicul’, potevano, così, anche lanciarsi messaggi allusivi e quasi compromettenti. L’altalena, diventava momento di aggregazione soprattutto durante alcune feste (lunedì di Pasqua e Sant’Antuono) quando un lauto pranzo e del buon vino facevano cadere ogni inibizione. Un altro momento molto atteso dai giovani era il periodo del carnevale quando questi si riunivano ed andavano cantando di casa in casa canti di questua, accompagnandosi col “cupe – cupe”, tamburo a frizione dell’area mediterranea costruito con un pentolino di terracotta pieno d’acqua su cui veniva stesa una membrana o un panno di tela dove veniva conficcata un’asta di canna che si faceva andare su e giù ottenendo, in questo modo, un suono cupo e stridente. La caratteristica principale dei canti di questua era il permesso di poter cantare davanti la porta di casa chiedendo doni in natura come pane, arance, frutta secca, ma la richiesta più pressante restava pur sempre quella degli insaccati di carne suina. Nei canti di questua oltre alla richiesta dei doni si intrecciano i temi amorosi delle serenate. Spesso i gruppi di giovani che animavano ed allietavano le serate del carnevale erano gli stessi che in occasioni particolari venivano contattati per portare “a’ mat-nat’”. Con il canto, quindi, i giovani rivelavano il proprio amore alle ragazze desiderate e salutavano, nella sera precedente le nozze, la sposa che si apprestava a lasciare la casa paterna. A dei semplici strumenti musicali, si affidava, per tanto, costantemente, il compito speciale di accompagnare le danze agresti come la tarantella che serviva a sottolineare la gioiosa atmosfera delle feste dell’anno, in particolare quelle nuziali. Questa danza è originaria dell’Italia Meridionale; la sua denominazione deriva forse da Taranto o dalla diffusa credenza popolare che la riconduce alla Tarantola o trae origine dalla divinità greca, Taràn. Alla tarantella sono state riconosciute, in altri tempi, qualità terapeutiche. Caratteristica della danza è il ritmo sobbalzante, vivacissimo, sfrenato che provocherebbe una traspirazione per cui, coloro che fossero stati morsi da una tarantola, ne avrebbero scacciato l’azione venefica. Generalmente veniva danzata da coppie miste e per questo è riconosciuta come danza di corteggiamento. Se la tarantella ha un origine prettamente popolare, la serenata nasce, invece, nelle corti del ‘600 e assume carattere popolare quando la composizione si riferisce all’atto di omaggio, d’amore o di devozione verso la persona amata, strutturandosi sul modello del divertimento con esecuzioni serali o notturne all’aperto. Mentre i giovani amanti si trastullavano tra serenate e tarantelle, le madri si dividevano tra i lavori dei campi e l’accudimento della numerosa prole. Con il canto la madre segue il bambino dalla culla ai primi trastulli. La donna cantava con dolcezza le sue ninne nanne cullando e conciliando il sonno del piccolo con voce bassa che si prolungava, poi, nelle finali dei versi. Caratteristica principale delle ninne nanne è il testo che unisce commistioni di religiosità alla musica arcaica. Rinvenibili nelle nenie sono le invocazioni alla Madonna ed ai Santi ai quali si affida la protezione del fanciullo. Il canto quindi, diventava l’unico mezzo espressivo attraverso il quale il popolo poteva far ascoltare la sua voce ed esternare tutto un mondo interiore che non avrebbe saputo esprimere in altro modo. Il canto popolare è variabile, dipende totalmente dalla volontà del suo interprete e dal suo modo di cantare, per cui esiste soltanto nel momento in cui il cantore lo esegue. Se l’amore è uno degli argomenti principali dei canti grottolesi, l’altro è sicuramente il tema religioso. Si cantano le lodi delle divinità e dei Santi, i loro miracoli e il dolore di Maria.Le pratiche e le tradizioni religiose erano molto sentite dai grottolesi che anche in queste occasioni si dilettavano in componimenti che diventavano delle vere e proprie preghiere. ‘A CUPA CUPA Agghjj saput ca sì accìs’ ‘u puorc’ ué, la patròn’, nan fa’ ‘u muss’ stuort’. Stoch cantann’ a l’aria d’ l’ stell’, la cas’ é iert’ e la patròn’ é bbèll’. All’ar-jj kióv’ e kióv’ fort’ fort’ ialz-t’, patròn’, e japr-m’ la port’. All’ar-jj kióv’ e kióv’ a stizz’ a stizz’, ialz-t’, patròn’, e pigghjj la salzizz’. A cupa, a cupa, vegn’ da Saliern’, la salzizza tòvv’ vol’ fa’ li vierm’. Stoch cantann’ app-giat’ ô muragliòn’, ialz-t’, patròn’ e pigghjj ‘u b-tt-gliòn’. Stoch cantann’ sop’ a ‘na frònna d’acc’, ialz-t patròn’, e pigghjj ‘u sanguinacc’. Stoch cantann’ ‘mpont’ a ‘na f-rcìn’, la patròna me l’agghia fa’ r-ggìn’. Stoch cantann’ ass-ttat’ a nu c-ppòn’, ‘u patrùn mì l’agghia fa’ baròn. Cara Ninnella, Ninnuccia, Ninnà, ci nan m’ japr’ la port’ jjì non m’ n’ voch da qua. ‘A cupa mè é r-nz-lòs, jjì nan m’ n’ voch da qua, si non m’ da’ ‘na còs. A UELI’, A UELA’ A uelì e lu b-cchiér d’ la l-ssìjj, ‘a cunqutella d’òr’, addòv’ s’ lav’ ‘u prim’ amòr. Vola, m-nènn’, ‘mbìett’ a te non ci so’ mménn’, ci t’ arriv’ a mar-tà, senza menn’ com’à fa’? Zumba lu pét’, cur’ d’ nanz’ ‘u mien’ drét’, a la calata di lu sòl’ com’è bbèll’ a fa’ l’amor’. A uelì, ci m’add’ accógghjj chiss’ alìjj? Li femm-n’ mar-tat’ e li uagnédd’ vacantìjj. A uelì, a uelà, l’amor’ è tant’ bbèll’ e ci lu sap’ fa’. A uelì, a uelà, li femm-n’ so’ d’ zuccr’ e nan s’ potn’ assaggià. A uelì, a uelà, la jatt’ d’ cumba Rocch s’è mangiat’ ‘u baccalà. Agghjj mannat’ e tu no’ m’à v-lut’, no m’à p-tut’ avè e va’ d-cénn’ mal d’ mè. Vola, vola, canat’ mè d’ côr, canat’ nu amma jèss’ ci lu Signor’ vol’. A uelì, a uelà, la vit’ ‘sta palòmm’ sola sola s’ n’ va. Damm’ la man’ da jjìnd’ a ‘sti canciell’, tu sì lu mar-nar’ e jjì la barch-céll. Tur e tur mamt’ abball’ e sòrda pur’, abball’ ch ‘u fr-sc-chétt’ mamt’ abball’ e sôrd s’assétt’. Si spezz’ ‘u fil’ d’ la côrd’ lass’ a mamt’ e pigghjj a sôrd. Abball’ca r’ tien’ l’ scarp’ nôv’ a me so’ fatt’ vecchjj e non pozz’ kkiù abballaà. Quann’ é d-mench, ci Dì vôl’, m’agghia mett’ li scarp’ nôv’. Abball’, zi T-màs’ tien’ li calz’ tis’ tis’ tant’ jé lu frusc e sfrusc ca s’ sent’ da sop’ a cas’. Olì olì olà, lievt’ d’anànz’ ca agghia passà, jalzt’ ‘u s-nàl’ ca à da trasì ‘u quapràl. Till e tall ‘u mon-ch sôn e ‘a femm-n’ abball’, e ci non abball’ bbôn’ ‘u mon-ch abball’e a femm-n’ sôn. Tu sta’ luntan’ e jjì da qua t’ penz’ ci la vol’ suffrì ‘sta luntananz’? Quann’ fr-nìm’ d’abballà aprìm’ ‘u lliétt’ e n’ sciam’ a qucquà. Tinch e tinch fatijatòr’ éra z-mingh, ‘a fatijj na’ ll’ ‘nquazzàv’ e ‘u fr-sc-chett’ ‘u s-nàv’. Abball’, Mingh d’ tat’, abball’ a la scalzàt’, ca d-mench, ci Dì vôl’, t’agghia accattà li scarp’ nôv’. Ah uelì, vienm’ ‘n zuonn’, amor’ mì, ci tu m’ vien’ ‘n zuonn’ t’agghia da’ ‘u côr’ mì. Ah uelì, jjì ‘ng’ l’aggjj ditt’ a Dì, m’ l’agghjj ch-mbssàt’ ca a fa’ l’amor’ non è p-ccat’. Vola, vola, vola mena, mena, mena, lu such d’ lu l-mòn’ jè parent’ d’ l’ amaren’. Marina, marinara, ce bbellu pesc’ ca jaria ca m’ port’ vola, vola, mena, mena, ce jaria ca m’ porta ‘sta bardascia. ‘Nda ‘sta strad’ ‘ng’é n’ arvl’ d’ chiupp’ ci ll’ dà ‘na bbòtt’ e ci ‘na ‘ntacch, e ‘ng’è ‘na figghiola ca llu dà a tutt’ e sol’ ch me vol’ fa’ ‘u patt’. Jjì ll’ agghjj ditt’: “T’ mann’ a fa futt’ e ch li solt’ mì m’ l’accatt’”. E ci li solt’ mì nan m’abbast-n’ tegn’ la cummarell’ ca m’ l’ ‘mbrest’. Vola, vola, vola, tu tien’ lu nit’ e jjì tegn’ l’ ov’; tu tien’ ‘u n-tariell’ jjì tegn’ la cap’ du passariell’. Vola, vola, vola, tu tien’ lu nit’ e jjì tegn’ l’ov’; tu tien’ li chiav’ du quat-nazz’, jjì tegn’ l’ov’ ch li contracazz’. Vola, vola, vola, vola palomm’, chiam’ la mamm’ e la figgjj r-spònn’, m’ fazz’ ‘na maravigghjj chiam’ la mamm’ e r-spònn’ la figghjj. Tumm e tumm m’è scappat’ e jé giut’ ‘mbùnn’ e ci na’ lu mant-nev’ kkiù a lu funn’ s’ n’ scev’. Jjì na’ l’agghjj mant-nut’ kkiù a lu funn’ s’ n’è giut’. Tumm e tumm nu panàr’ d’ clumbr’, nu panàr’ d’amaren’ a chessa figghia ‘a vogghjj bben’. Tinch e tinch zappator’ jera z-mingh. Fascev’ li mascìs’ ‘a zappa ‘nderr e jjìdd’ tis’, facev’ li v-rriat’ a zappa ‘nderr e jjìdd’ qucquat’.
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