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Il Santuario di Sant’Antonio Abate è un complesso architettonico, la cui costruzione primordiale, che fa corpo unico con la più recente chiesetta, risale al 1371. 
E’ la struttura più antica del territorio Grottolese e si erge a “Fosso Magno” sull’altopiano di Altojanni o Altogianni. Ad esso era annesso un piccolo ospedaletto, con tre camerette, per la cura dei lebbrosi e del morbo conosciuto come “fuoco di Sant’Antonio”. Fu voluto dalla Regina Giovanna I di Napoli per arginare la contagiosa malattia che venne guarita e distrutta per opera di alcuni Monaci dell’ordine del Tau che poi si dissero Tappisti. Il Santuario di Sant’Antonio Abate di Grottole dipese dalla Badia di Napoli, insieme ad altri 52 Beneficii, di cui 7 furono di libera collazione, come Abriola, Sant’Arcangelo, Grottole, Lagonegro, Montemurro, Potenza e Saponara. Fu sempre di Regio Patronato perché fondato dalla regina Giovanna. Dal 1385 al 1860 i Santuari di Sant’Antonio Abate furono alla dipendenza di un nuovo ordine, detto ordine Costantiniano, anche se la nomina dei Rettori avveniva, comunque, con l’assenso Regio, su proposta della Curia Ecclesiastica. Eretto sul crinale bucolico di "Fosso Magno", a circa quindici chilometri da Grottole, per raggiungerlo, non si deve fare altro che scendere da Grottole verso il torrente Bilioso e, all’incrocio con la Matera-Grassano, voltare a sinistra. A cinquecento metri circa, a destra, s’imbocca la strada che conduce al Santuario. E’ meta di pellegrinaggio. Una fedele descrizione della chiesa risulta già da un documento del 1742 che si conserva nel Grande Archivio di Stato di Napoli, come enuncia lo storico Andreucci nella sua opera. La Chiesa attuale e il corpo di fabbrica adiacente furono consacrati dal Vescovo di Irsina nel 1733. Nel 1775 il Santuario passò all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme ed in seguito affidato al clero Diocesano di Grottole. Sarebbe troppo lungo e noioso parlare di rettori ed economi che hanno amministrato il Santuario, bisogna ricordare, però, che essi erano i sacerdoti grottolesi più ricchi, quelli che appartenevano alle famiglie benestanti del paese nel XVI, XVII, XVIII secolo: famiglia Smacchia, famiglia D’Aria, famiglia Gentile, famiglia Dequerquis, ecc. Di tutta la lunga storia di questo Santuario e Beneficio ecclesiastico bisogna ricordare la gestione del reverendo Nicolò Smacchia, nominato economo provvisorio nell’aprile del 1742. Lo Smacchia riuscì ad apportare una ventata di ricchezza, tanta da riuscire ad organizzare grandi feste sempre più frequentate dai devoti. Tutto andò bene, fino a quando, l’invidia di alcuni “signorotti” del tempo riuscirono a far sospendere lo Smacchia, al quale subentrò poi, Francesco Antonio Cecere. Alla fine, dopo anni di processo, lo Smacchia riuscì a dimostrare di essere stato un buon amministratore e il 30 dicembre del 1760 fu assolto e reintegrato nelle sue funzioni. Il canonico Smacchia per altri anni si dedico ad ampliare le ricchezze del Santuario. Le feste che celebrò furono le più frequentate, morì poi il 24 giugno del 1766. Alla sua morte l’amministrazione della Badia cambiò, le entrate iniziarono a diminuire, giunsero un paio di economi, fino a quando, all’inizio dell’ottocento, l’incarico fu affidato al canonico Giovanni B. Allegretti, il quale amministrò per circa un anno,(1802 – 1803) in quanto fu costretto a dimettersi a causa “dei malviventi di cui era investito lo intero tenimento”. All’Allegretti, seguì poi Francesco Antonio Cecere che riuscì subito a migliorare le condizioni del Santuario, ma solo fino al 1822, anno della sua morte. A lui subentrò, poi, il canonico Pietro Gentile che da quanto scrive Andreucci portò il Santuario, nei suoi sei anni di amministrazione, in uno stato di degrado. Gli subentrò, sempre con nomina fatta con Decreto Reale, il cantore don Gaetano Infernusi(1828) che con ogni mezzo riuscì a risollevare, in maniera straordinaria, le sorti del Santuario. Nel marzo 1848, l’Infernusi, morì, dopo essere divenuto nel 1830 anche arciprete della chiesa grottolese. Per circa sei anni, poi, a causa dei moti politici, re Ferdinando II non nominò nessun responsabile e il Santuario rimase scoperto. Nel novembre del 1854 venne nominato cappellano l’arciprete Giovanni Andreucci che risollevò le sorti del Santuario sino alla sua morte nel giugno del 1875. Nell’attesa del nuovo titolare il cantore Giuseppe Cecere s’impossessò del titolo, fino a quando nella primavera del 1876 fu nominato Rettore, all’improvviso, il cantore don Flavio Repullone di Grassano. Tra Cecere e il Repullone, iniziò una lunga lotta che si concluse poi nel 1885. Nello stesso anno il Repullone morì e fu nominato rettore il prof. Achille Infernusi, che era un sacerdote della chiesa grottolese. Il dottor Achille, seppe attirare al Santuario fedeli e dotti anche della vicina Gravina dove aveva insegnato al Liceo. Nel 1902 morì e gli subentrò Gaetano Gigli. Nel frattempo non pochi beni furono venduti e furono anche apportati restauri al Santuario. Morì nel 1907 e a lui subentrò il sacerdote Francesco Guerrieri di Grottole. Negli ultimi sessant’anni il Santuario è stato retto dai parroci di Grottole.Oggi, naturalmente, qualcosa è cambiato.Dai ruderi si gode una vista magnifica sulle valli del Basento e del Bilioso e "l’occhio spazia in ogni direzione su un orizzonte sterminato, identico in tutto il suo cerchio. Si è come in mezzo a un mare di terra biancastra, monotona e senz’alberi" (Carlo Levi).Nel 1986, a circa 400 metri dal Santuario è stato eretto un altare all’aperto, circondato da balaustra metallica, voluto dal popolo ferrandinese, accanto vi sono oggetti ornamentali eretti su iniziativa del signor Gerardo Pallota di Ferrandina. L’antica chiesetta, invece, svela due navate: una centrale, alta, con "volta a botte", l’altra, a destra, più bassa, con "volta a crociera". In fondo alla navata centrale si osserva l’Altare Maggiore, in lastre di marmo e, in alto, la nicchia con la statua di S. Antonio Abate avvolto in un panneggio di scotto.A destra dell’altare centrale, sulla porta della sagrestia, è sistemata la statua raffigurante S. Rocco e nella nicchia sinistra, c’è quella che raffigura S. Biagio.Posta fuori dal presbiterio troviamo un’altra statua, in gesso, di S. Antonio Abate, che viene utilizzata per le processioni.La navata laterale destra ospita un Crocifisso in legno ed i tradizionali “Cirii” formati con le candele dai pellegrini. L’edificio e la sagrestia sono pieni di numerosissimi ex voto depositati dai devoti, a testimonianza di “grazia ricevuta”. L’edificio, esternamente, è composto da due corpi di fabbrica: l’antico ed il fabbricato recente, che è rappresentato dall’attuale chiesetta. Va detto che del corpo vetusto di fabbrica fanno parte anche l’alloggio per il “fratocchio” (così era chiamato il custode del Santuario), due altri ambienti su piano rialzato con rispettive gradinate, un focolare, un forno, una vecchia stalla adibita a salone di appoggio per i fedeli, un pozzo per l’acqua piovana che era incanalata dai tetti. Non ci ha mai abitato nessuno all’infuori del fratocchio-custode che, fino a qualche tempo fa, viveva di offerte e di quel tanto che riusciva a ricavare dalla vendita di candele e lumicini votivi. L’importanza del luogo è testimoniata, inoltre, da un’opera di Giovanni Antonio Bazzi, detto “Il Sodomo”, custodita nella “Galleria delle carte geografiche” del Museo Vaticano, che riproduce fedelmente i possedimenti della chiesa, in cui si riconoscono, nell’agro di Grottole, il casale di Altogianni e la chiesa di Sant’Antonio Abate. Attualmente il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha stanziato due milioni di euro per restituire decoro all’antico Santuario. La festa liturgica cade il 17 gennaio, giorno d’inizio del carnevale, ma per comodità metereologiche a Grottole si festeggia il lunedì e il martedì successivi al giorno della Pentecoste. Anche il culto per S. Antuono, come gran parte delle “storie” sacre, è accompagnato da narrazioni e tradizionali popolari. Anticamente la tradizione voleva che si offrisse a Sant’Antuono un porcellino che, allevato dalla comunità, veniva successivamente sacrificato in suo onore, si trattava di Antonino, il maiale di Sant’Antuono. Più festosa era la ricorrenza estiva quando la comunità era in fermento per trascorrere sulla collina di Altojanni, due giornate di festa, in cui l’elemento sacro e quello profano si mescolavano in modo indissolubile. Si andava a Sant’Antonio Abate a dorso di mulo inghirlandato e per sentieri scoscesi che si snodavano lungo il colle su cui si erge l’antico santuario. Non pochi erano coloro che andavano a piedi; s’incontravano persino donne che, per adempiere un voto, salivano scalze fin sul colle, ferendosi i piedi tra cardi, spine e sassi. Anche se il percorso non era agevole, si partecipava lo stesso a questa festa campestre, provando un immenso piacere. La gioia la si vedeva dipinta sul volto di tutti: era pur sempre una sagra paesana che offriva l’occasione di riposarsi e divertirsi. Si marciava per circa tre ore e dalle bisacce spuntavano fiaschi di vino che promettevano momenti di euforia. A cavallo o a piedi, appena giunti sul monte, nel massimo silenzio e raccoglimento, si facevano tre giri intorno alla chiesa. Una cerimonia, questa, che veniva compiuta con scrupolosa meticolosità e con ordine prestabilito di movimenti. Era un modo, secondo la consuetudine, per poter entrare in rapporto con il Santo e tributargli onore e venerazione. Unico vero momento di preghiera era la celebrazione della santa messa e della successiva processione accompagnata da numerosi ceri votivi. I “cirii” a volte pesavano più di trenta chili ed erano costituiti, almeno quello grande, da 160 candele grandi e da circa 600 candele piccole. Il “cirio” veniva offerto al Santo e portato a spalla da quattro fedeli che chiedevano o avevano ottenuto una grazia.  Il tutto accompagnato da squillanti canti. Il resto della giornata era occasione per stare insieme e dividere il cibo e il vino per far risuonare sulla collina i canti e le musiche che allietavano la festa. Al ritorno della statua in chiesa, la gente si sparpagliava per la campagna, alla ricerca di angoli più ombreggiati per stendervi tovaglie e poggiarvi le cibarie. Fra tanta animazione, si trasportavano le sporte e si accendevano focherelli con sterpi e frasche. In poco tempo nell’aria si diffondeva il profumo dell’arrosto sulla brace e si vedevano visi allegri e spensierati. Più tardi si sentivano delle voci intonare canzoni popolari che esprimevano in modo schietto e immediato il desiderio di ballare. Per i grottolesi la festa continuava sulla strada del ritorno. Le funi venivano fatte passare a cavallo dei robusti rami delle querce e le ragazze, rese più ardite dal vino, non tentavano nemmeno di tenere a bada le gonne al vento dell’altalena. Ancora oggi, anche se la festa ha perso alcuni momenti caratteristici, è molto sentita dai grottolesi che, ogni anno, puntualmente si ritrovano tutti sul monte. |