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Cappuccini

Il Convento dei Frati Cappuccini di Grottole è dedicato alla Santissima Trinità

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Antico luogo di culto, di penitenza e casa di noviziato, si erge su di una piccola collinetta in contrada “Serre”. La sua costruzione risale al 1601, per iniziativa dell’Università di Grottole, per la forte devozione dei cittadini verso i frati Cappuccini. Fu costruito nella stretta osservanza delle regole francescane e delle Costituzioni del 1536. Alla spesa per il fabbricato concorsero la stessa Università e le donazioni delle singole famiglie e dei privati cittadini, mentre a lavorarci giunsero decoratori e scalpellini rimasti anonimi. Benefattori furono sicuramente alcuni personaggi appartenenti all’Ordine del Sovrano Militare Ordine di Malta, ai quali i frati manifestarono la loro gratitudine facendo segnare alcuni altari con la croce di san Giovanni di Gerusalemme, simbolo dell’Ordine. L’intero blocco del Convento è diviso in quattro settori che esprimono un modello di architettura semplice e lineare, adatto ad ospitare fino ad una quindicina di frati. Il settore lavoro comprendeva la bottega del sarto, la bottega del falegname, la stanzetta del Cercatore Questuante, le stanze del lanificio, le stanze dei frutti, la legnaia e il porticato per le attrezzature. Il settore comunità era costituito dal dormitorio, ubicato al piano superiore, con le celle unite tra loro da uno stretto corridoio, dalla comunità, ossia lo spazio dove i frati mettevano il saio e la biancheria comune, la libreria, il chiostro, la scuola, la cucina ed il refettorio. La sezione filtro includeva la sala incontro con i laici, che dava sul chiostro, e la sala attesa.

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La sobrietà dell’intero complesso rivela, da parte dei Cappuccini, la preferenza per semplici soluzioni architettoniche: i prospetti sono lineari e scanditi soltanto dalla successione di finestre di dimensioni diverse che rispecchiano la disposizione degli ambienti interni.

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Un modesto ingresso, accanto al portale più austero della chiesa, realizzato nel 1612 dallo scalpellino Giulio Carrara della Padula, introduce ad un chiostro a pianta quadrangolare, con un porticato sorretto da quattordici colonne ad arcate a tutto sesto, costruite parte in pietra e parte in laterizi. Al centro dell’area, pavimentata a ciottoli, c’è un pozzo ad arco con vera quadrata in pietra, abbattuto, oltre a frammenti di parapetto e, lateralmente, si osserva un pozzetto con funzione di scarico. Al primo piano, al quale si accede da due rampe composte da 19 gradini, si aprono 12 finestre poste lungo il corridoio che accoglie 23 celle, varie per forma e dimensione. Esistono celle ad un vano o a due, con teorie di intrecci a linee orizzontali dipinte sulle pareti, ancora visibili in piccole tracce. Al numero delle celle partecipa una cucina con focolare e due altri piccoli ambienti intercomunicanti, ove avvenivano gli incontri con i laici. Segue, poi, il refettorio, con volta a botte dove sono presenti due preziosi affreschi raffiguranti “La cena in Emmaus” e “L’ultima Cena”, quest’ultimo con una dicitura latina “Silentium” e la data 1682. Probabilmente, l’autore, di cui non si ha ricordo, è di scuola napoletana.

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Accanto al refettorio c’è un piccolo ambiente con una scomoda gradinata in muratura che scende in luoghi sotterranei. Aderente al Convento, a sinistra, sono ancora visibili un grande arco in muratura, i resti di un vano rettangolare con un ordine di sedili in pietra attorno, dove i frati si recavano in pia meditazione, e poi la bottega del sarto, quella del falegname, la valchera, la libreria, un’aula scolastica, la foresteria, una piccola sala di attesa e la spelonca. Sulla navata laterale, a nord della Chiesa, sono visibili tre stanzette uguali per forma e dimensione, intercomunicanti, ciascuna illuminata da una grande finestra. Seguono poi, la dispensa, la stanza per la messa a punto dei pasti, la cucina e il forno a respiro con comignolo circolare ad anelli sovrapposti e decrescenti verso l’alto. Resistono ancora al tempo la cantina, con due palmenti del 1800, uno a sinistra e l’altro a destra, e la stalla con un minuscolo ambiente di servizio dotata di focolare. A sud del Convento, in verticale con l’ingresso al refettorio e alla finestra della dispensa, si innalza una colombaia in mattoni con 32 abitacoli ad ingresso triangolare e, in alto, al centro, una finestra-luce romboidale. Il monastero godeva anche di un vigneto, un orto con una cisterna ed un lavacro con parapetto quadrato. Annessa al Convento, troviamo la Chiesa dedicata alla Santissima Trinità, di forma rettangolare e composta da due navate, una grande centrale, con volta a botte unghiata e l’altra con due altari e due nicchie a sinistra. A destra si sviluppa una navata più piccola probabilmente aggiunta nel XVIII secolo, costituita da quattro cappelline, dotate anch’esse di altare barocco con nicchia. La prima cappelina, a destra, si distingue dalle altre per segni e finezza: pare proprio l’unica parte aggiunta, che oltre ad abbellire la chiesa, sembra concepita come muro di contenimento. Si osserva il vano presbiteriale con corretti laterali per l’ufficio dei frati, il coro e la sacrestia con volta a botte lunettata. All’ingresso della chiesa, tra il tetto e il piano di calpestio, era sistemato un organo a canne di cui non è rimasta nessuna traccia. Il portale perpetua la presenza di conci con due cordoni verticali ed uno orizzontale in rilievo. Alla base spiccano due motivi decorativi circolari, dette rosette, che creano effetti scenografici. Tutto era riccamente fasciato da decorazioni di gesso che rispecchiavano il sapore dell’arte barocca. Si tratta di foglie grezze, archetti, fregi, dentelli, fiocchi e volute. Si crede all’esistenza di un cunicolo che, partendo dal sottosuolo del monastero, giungeva sulla strada del camposanto, inoltre, antiche leggende raccontano che con il buio della sera il monastero si popolava di fantasmi, voci e ombre oscure che apparivano e poi svanivano. Si osservano sepolture in corpi di altari e sepolture sotterranee, coperti da ampie lastre di pietra. L’intero fabbricato era circondato da due elementi di divisione territoriale: un primo muro, forse in più punti sfregiato, lo delimitava dalle pendici e lo racchiudeva da un impianto arboreo composto da querce, pini, cipressi e di ulivi, il secondo, all’interno del primo, circoscriveva l’orto, il vigneto e un viale lungo il quale ondeggiava l’incanto dei tulipani che ancora oggi nascono spontaneamente. Il viale iniziava da un cancello interno del convento e terminava con un’uscita sul margine ovest. Il convento fu soppresso una prima volta nel 1811, per effetto dell’art. 3 della legge del 13 febbraio 1807, con la quale Gioacchino Napoleone, Re di Napoli, obbligava i religiosi a lasciare i monasteri e a deporre l’abito dell’ordine. Il convento ritornò ad essere luogo di ritiro e orazione nel 1825, con l’avvento della restaurazione Borbonica nel regno di Napoli. La soppressione definitiva di tutte le istituzioni monastiche avvenne nel 1867 con le leggi Mancini che disponevano, tra l’altro, la vendita dei beni all’asta pubblica. Fabbricati e terreni furono acquistati dai fratelli Giovanni e Domenico Andreucci, entrambi sacerdoti. Successivamente fu posseduto dal Costantino e Tommaso Andreucci e da questi venuti poi, al notaio Don Gregorio De Felice, che alla sua morte, li lasciò in eredità al figlio Domenico, avvocato. Nell’era fascista alcuni ambienti furono adibiti a stazione elioterapica, come testimoniano alcune espressioni di Benito Mussolini quale il motto “credere-obbedire-combattere. Oggi i resti del convento sono di proprietà della signora Maviglia Infernusi e figli.